Il Verbo prende Carne

Prima del silenzio

La materia, le mani, il soffio, il pane


La materia

Un sacco di sabbia resta appoggiato al muro di un cantiere per settimane, e nessuno lo guarda.

Diventa visibile appena una mano ci entra dentro.

La prima pagina che racconta un uomo lo racconta impastato: polvere raccolta per terra, acqua, e sopra un soffio. La materia dell’origine è la materia dei muratori.

Il marmo lavora per sottrazione: la figura giace già dentro il blocco e l’artista rimuove il superfluo. L’impasto lavora per addizione: la forma arriva da fuori e cresce strato su strato.

Genesi aggiunge.


Le mani

Fra tutti i modi in cui la Scrittura tenta di dire Dio — il fuoco, la voce, la nube, il pastore, il re, il giudice — soltanto uno lo mostra al lavoro con un mestiere riconoscibile.

Un pastore resta pulito. Un re resta pulito. Un vasaio esce dal proprio laboratorio con l’impasto attaccato agli avambracci, e ricomincia parecchie volte lo stesso pezzo.


Il soffio

Entra nelle narici dell’argilla, e l’argilla si alza in piedi. Torna indietro dalla croce. Scende sopra una valle di ossa asciutte, e le ossa si rimettono in piedi. Soffia sui suoi la sera di Pasqua. Sempre la stessa aria, in punti lontanissimi della storia.

Chi lavora la malta riconosce questa condizione ogni giorno: il lavoro decisivo lo compie qualcosa di invisibile dentro la materia, mentre lui si lava le mani e va a mangiare.


Il pane

Farina, acqua, mani. Un altro impasto, e un’altra attesa che lavora da sola mentre nessuno guarda.

Alla fine di tutto, due uomini a tavola riconoscono qualcuno dal gesto di spezzare. Zero spiegazioni, zero prove: un pane aperto in due, e la sera che si avvicina.


La canzone che segue nomina queste quattro cose e si ferma lì.

 

 


I. Una parola che compare una volta sola

La Scrittura possiede un magazzino ricchissimo. Nomina il cedro e l’acacia, l’oro e il bronzo, la porpora e il bisso, l’alabastro, la pece, la pietra squadrata e quella lasciata grezza. Registra i materiali con la precisione di un capitolato, perché sa che una materia dice già qualcosa prima che qualcuno la lavori.

La malta compare una volta sola.

Sta in Genesi 11, alla pianura di Sennaar: gli uomini cuociono i mattoni al fuoco, e il bitume serve loro da cemento. È l’unico legante dell’intera Bibbia, e serve a tirare su una torre. Una materia che unisce, impiegata per salire e per farsi un nome.

La stessa sostanza possiede un altro impiego possibile. Un legante tiene insieme ciò che da solo cederebbe. A Sennaar tiene insieme mattoni destinati al cielo. In una bottega tiene insieme sabbia e acqua finché la materia accetta di prendere una faccia.

Identica chimica. Direzione opposta.


Il primo racconto della Bibbia in cui gli uomini fabbricano un materiale nuovo finisce con una città abbandonata a metà.

Il primo racconto in cui qualcuno impasta finisce con un uomo in piedi.


II. L’impasto

La prima pagina che racconta un uomo lo racconta impastato.

Genesi 2,7 impiega un verbo tecnico: yatsar. È il verbo del vasaio, quello che descrive le mani premute su una materia cedevole finché la materia accetta una forma. Il narratore possedeva parole più solenni e ha scelto quella dell’artigianato. Polvere del suolo e acqua, quindi fango, e sopra il fango un soffio.

Chi ha lavorato in un cantiere riconosce la scena senza mediazioni. La materia dell’origine è la materia dei muratori: qualcosa di raccolto per terra, bagnato, mescolato, premuto. Zero nobiltà. Un impasto che sporca le mani e resta sotto le unghie fino a sera.

La tradizione ha custodito questo dato con ostinazione, perfino quando la teologia preferiva altezze più decorose. L’uomo viene da un lavoro sporco, e chi lo compie tiene le mani dentro il materiale.


La prima cosa che Dio sporca sono le proprie mani.

Il mondo viene dopo.


III. La sola immagine

Fra tutti i modi in cui la Scrittura tenta di dire Dio — il fuoco, la voce, la nube, il vento, il pastore, il re, il giudice, lo sposo — soltanto uno lo mostra al lavoro sulla persona umana con un mestiere identificabile.

Isaia 64,7: siamo argilla, e lui è colui che ci dà forma; siamo tutti opera delle sue mani. Geremia 18 sviluppa la stessa scena scendendo alla bottega del vasaio, con il vaso riuscito male che torna sulla ruota e ricomincia.

Quell’immagine resta scomoda. Un pastore resta pulito. Un re resta pulito. Un giudice resta pulito. Un vasaio esce dal proprio laboratorio con l’impasto attaccato agli avambracci, e ricomincia parecchie volte lo stesso pezzo.

La tradizione ha conservato quest’unica immagine sporca, e le altre hanno lasciato che restasse.

C’è un dettaglio in Geremia che merita attenzione. Il profeta scende alla bottega per ricevere una parola, e la parola gli arriva guardando un artigiano che ricomincia. Il vaso cede fra le dita, e l’uomo lo rimpasta e riparte. Nessuna voce dal cielo: soltanto un mestiere osservato da vicino, e una teologia che ne esce cambiata.

Da allora, chiunque abbia visto qualcuno correggere un pezzo che cedeva possiede uno strumento esegetico.


Noi ammiriamo le statue.

Quelle pagine guardano soprattutto chi impasta.


IV. Il marmo toglie, l’impasto aggiunge

Qui la materia comincia a ragionare per conto proprio.

Il marmo lavora per sottrazione. La figura giace già dentro il blocco e l’artista rimuove il superfluo finché lei compare. È una teoria bellissima, con secoli di gloria alle spalle, e descrive un mondo in cui la forma preesiste e attende soltanto di essere liberata.

L’impasto lavora per addizione. Sabbia, legante, acqua: la forma arriva da fuori e cresce strato su strato, con la mano che aggiunge, corregge, torna sopra un punto ceduto, aspetta la presa e ricomincia. Nulla giace dentro il materiale prima che qualcuno ce lo metta.

Genesi aggiunge. Prima la polvere, poi l’acqua, poi il soffio. Tre gesti successivi, nell’ordine, con il terzo che arriva soltanto dopo i primi due.

La differenza tocca anche l’errore. Nel marmo un colpo sbagliato resta per sempre, perché la sottrazione procede in una direzione sola. Nell’impasto un errore chiede altra materia, e la correzione si vede: sotto la superficie finita restano gli strati, le riprese, i punti in cui la mano è tornata sopra. Un pezzo modellato porta scritta la propria storia dentro il proprio spessore.

Una scultura in sabbia di fiume e malta cementizia lavora quindi con la grammatica del racconto delle origini, invece che con quella della statuaria classica. Materia povera, raccolta a valle di un corso d’acqua e tenuta insieme da un legante da cantiere. Sotto le dita resta ruvida. La luce la assorbe invece di rimandarla indietro. Sopravvive alle stagioni restando modesta, e sopra il proprio colore porta scritta la provenienza.

Il marmo dichiara la propria cava. La sabbia dichiara il proprio fiume.


V. Il soffio che lavora ancora

Adesso resta ciò che sfugge a ogni presa.

La lingua di quelle pagine impiega una parola sola — ruach — per dire il vento, il respiro e lo spirito. Tre cose che una lingua moderna separa e che quella lingua teneva insieme, perché condividono la medesima proprietà: nessuno le vede, tutti ne vedono gli effetti.

Il vento si riconosce dagli alberi che si piegano. Il respiro si riconosce dal vetro che si appanna. Il terzo si riconosce alla stessa maniera.

Genesi 1,2 usa un verbo raro per descriverlo sopra le acque: rachaph. Torna una volta sola nel resto della Bibbia, in Deuteronomio 32,11, e lì descrive l’aquila sopra il proprio nido, sospesa sui piccoli. Il primo versetto racconta quindi una covata. Prima della luce, prima della separazione delle acque, prima di qualunque forma, qualcosa sta sopra il materiale grezzo alla maniera di un uccello sulle uova: fermo, vicinissimo, in attesa di una cosa che matura da sé.

Poi lo stesso soffio entra nelle narici dell’uomo di fango, e il fango si alza in piedi.

Secoli dopo, sul legno della croce, il vangelo di Giovanni sceglie una formula sorprendente: china il capo e consegna lo spirito. Il verbo indica la restituzione di una cosa ricevuta. Il soffio dato all’argilla torna indietro da lì.

Ezechiele 37 lo vede scendere sopra una valle di ossa asciutte, e le ossa si rimettono in piedi. La sera di Pasqua, secondo lo stesso vangelo, il risorto soffia sui suoi. Sempre la stessa aria, sempre lo stesso gesto, quattro volte in punti lontanissimi della storia.

Chi lavora la malta conosce questa condizione per esperienza quotidiana. L’impasto prende grazie a una reazione che nessuno vede accadere. Il muratore mescola, stende, modella, e poi aspetta. Il lavoro decisivo lo compie qualcosa di invisibile dentro la materia, mentre lui si lava le mani e va a mangiare.

Ne viene una conseguenza precisa: la creazione appartiene al presente. Il primo capitolo della Genesi racconta un cantiere aperto, mai un lavoro concluso e archiviato. Qualcuno continua a impastare, e qualcosa continua a covare sopra l’impasto.


Del respiro si vede il vetro appannato.

Del vento si vedono gli alberi.

Dello Spirito si vedono le mani che si sporcano.


VI. Perché una canzone

Da questo ragionamento è nato un brano, e il brano si intitola Il Verbo prende carne.

Il verbo del titolo torna tre volte lungo il testo, e ogni volta cambia oggetto: la carne dell’uomo, un nome pronunciato da una madre, un volto che arriva alla materia. La sostanza dell’affermazione sta lì. Qualcosa continua a prendere forma, e il presente indicativo lo dice meglio di qualunque spiegazione.

Dentro quel testo, accanto all’argilla di Genesi, alla tenda del prologo di Giovanni, all’acqua, al pane e alle ossa della valle, compare un’espressione che proviene da un magazzino edile:

Sabbia di fiume e malta.

L’accostamento è deliberato. Il lessico del deposito biblico e il lessico del cantiere stanno sulla stessa riga, perché il ragionamento delle pagine precedenti chiede esattamente questo: la materia dell’origine resta reperibile, e un soffio che lavora ancora lavora dentro materiali che i profeti avrebbero ignorato.

Del resto il testo evita di raccontare, di descrivere e di spiegare. Nomina alcune materie, le mette nell’ordine giusto e lascia che l’ascoltatore le riconosca addosso a sé. Argilla pure lui, pane pure il suo, e mani sporche dappertutto.


Coda

Un sacco di sabbia sta appoggiato a un muro.

L’impasto ha un tempo di presa. Sabbia, legante e acqua restano lavorabili per un intervallo breve, e dentro quell’intervallo la mano decide tutto. Passata la presa, la materia tiene ciò che ha ricevuto.

Verso l’anno centottanta, un vescovo di Lione scriveva che il Figlio e lo Spirito sono le due mani con cui il Padre lavora. Nello stesso libro raccomandava di conservare il cuore morbido e umido: chi si lascia indurire perde le impronte delle dita che lo hanno formato.

Forse è per questo che quelle pagine tornano tanto spesso alle mani. La creazione dura quanto dura il gesto di chi accetta di sporcarsele.

Il sesto giorno chiude il racconto.

Il cantiere resta aperto.


Lorcanari Zagliza

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