Caro Donato,
da alcuni giorni il passo di Matteo (Mt 10,16-23) mi abita quale ospite esigente: sposta i mobili dell’anima, spalanca finestre chiuse da anni, pretende per sé la stanza più luminosa. La liturgia gli pone accanto l’oracolo di Osea (Os 14,2-10), e le due pagine si rispondono quali versanti della stessa valle: una manda lontano, l’altra richiama a casa.
Una benedice la partenza, l’altra custodisce il ritorno; insieme compongono il respiro completo della fede, che espira nella missione e inspira nella conversione. Provo a consegnarti, con la povertà delle mie parole, ciò che vi ho trovato.
Colpisce anzitutto la sproporzione. Il Maestro conta i lupi, ne misura le zanne, conosce alla perfezione la statistica del branco; poi volge lo sguardo al piccolo gregge e lo manda ugualmente. L’armatura resta a casa, la scorta pure. Unico equipaggiamento, la nudità della fiducia. Osea aveva già intuito questo disarmo quando dettava a Israele le parole del ritorno. Congedare Assur con le sue alleanze corazzate, smontare dai cavalli della potenza, gettare nel fuoco gli idoli usciti dalle proprie mani, fino alla confessione più tenera dell’intera pagina. «Presso di te l’orfano trova misericordia». Chi rinuncia a ogni protettorato terreno scopre d’avere un Padre. La pecora mandata tra i lupi è l’orfano del profeta messosi in cammino.
Priva di zanne, ricca di quella misericordia. Qui il Vangelo rovescia ogni manuale di strategia. La debolezza diventa metodo, l’inermità si fa linguaggio, la vulnerabilità assume il rango di credenziale diplomatica del Regno. Chi parte armato suscita difese; chi arriva disarmato apre porte.
Seguono le due creature poste a emblema. Il serpente conosce il terreno palmo a palmo: striscia rasente le pieghe del mondo, avverte il fremito del suolo prima d’ogni frana, distingue il sasso che nasconde l’insidia dalla fessura che offre riparo. La colomba ignora le mappe: taglia il cielo in linea retta, si affida alle correnti, porta nel becco il ramoscello che annuncia la fine d’ogni diluvio. Prudenza e candore tracciano due geometrie, una orizzontale aderente alla polvere, una verticale spalancata all’azzurro.
Il loro punto d’incontro disegna una croce. Su quell’incrocio sta il discepolo. Radicato nella terra al pari del serpente, proteso all’alto al pari della colomba.
Viene poi l’ora dei tribunali. Davanti a governatori e re ogni retorica preparata si scioglie quale neve al primo sole. Restano il cuore nudo e una promessa: «è lo Spirito del Padre vostro che parla in voi». Osea, in apparenza, ordinava l’opposto. «Preparate le parole da dire e tornate al Signore». Le due consegne, accostate, rivelano una grammatica segreta.
Le parole del ritorno si preparano, al modo del viandante che dispone il fagotto prima dell’alba; le parole della testimonianza si ricevono, a guisa di manna che scende nell’ora della fame. L’uomo studia la sintassi del pentimento. Il Cielo detta il lessico del martirio. Trovo in queste righe una delle vette dell’intero Vangelo. La testimonianza suprema coincide con la povertà suprema, l’eloquenza più alta sgorga dall’espropriazione dell’io, e l’uomo si scopre abitato proprio nell’istante della resa. Quando ti verrà chiesto conto della speranza, la risposta salirà da una sorgente che custodisci senza possederla.
C’è poi la pagina più cupa: il fratello che consegna il fratello, il padre che tradisce il figlio, i figli che si levano contro chi diede loro la vita. Il Vangelo conosce gli abissi del cuore umano e li nomina con franchezza; sa che la fede, varcando la soglia delle case, talvolta vi porta una spada anziché un cuscino. Eppure dentro questa notte brilla la clausola della perseveranza: «chi avrà perseverato fino alla fine sarà salvato». La salvezza ha il passo del fondista, il respiro largo dell’ulivo che attraversa indenne le generazioni, la pazienza della radice che lavora al buio mentre il vento strapazza la chioma.
Proprio qui l’oracolo antico spalanca il suo giardino. A chi torna, il Signore promette d’essere rugiada. La rugiada scende di notte, in silenzio, senza fragore di tempesta, e all’alba ogni filo d’erba regge la sua perla. Così la grazia visita le ore buie della persecuzione, quando ogni sorgente pare esaurita, e imbeve le radici del giusto all’insaputa dei suoi carnefici. Segue il catalogo delle fioriture, che leggo quasi profezia rivolta alla piccola carovana di Matteo.
Candore di giglio per la comunità braccata, radici di cedro per la fede scossa, bellezza d’olivo per la perseveranza, fragranza del Libano per una testimonianza capace di profumare oltre confine. La promessa culmina in un riparo. «Ritorneranno a sedersi alla mia ombra». I fuggiaschi del Vangelo attraversano città arroventate dal sospetto.
Il profeta prepara loro una frescura definitiva, un pergolato d’appartenenza sotto il quale il fiato torna regolare, il grano rivive, la vigna rifiorisce.
Poi arriva la parola più vertiginosa dell’intero oracolo, quella che da giorni mi accompagna e mi commuove:
«Il tuo frutto è opera mia».
La perseveranza chiesta al discepolo possiede dunque una sorgente esterna al discepolo: il frutto matura sul ramo dell’uomo con linfa che sale dal cuore di Dio, verde in ogni stagione al pari del cipresso, fedele oltre ogni nostra intermittenza. Perseverare significa restare attaccati al tronco. Al resto provvede la linfa.
Arriva infine la sorpresa che prediligo: «fuggite in un’altra città». Il Maestro benedice i sandali del fuggiasco. Via ogni eroismo d’obbligo, via ogni ricerca morbosa della prova estrema.
La ritirata diventa strategia d’amore, la strada si fa cattedra, l’esilio si trasforma in semina itinerante. Osea chiude il suo oracolo proprio su quelle strade: «rette sono le vie del Signore, i giusti camminano in esse, mentre i malvagi v’inciampano». La stessa pietra sostiene il passo del giusto e ferisce il piede del superbo: identico selciato, opposto destino, perché a decidere è il cuore di chi lo percorre. Israele aveva inciampato nella propria iniquità, ammette il profeta in apertura. Il ritorno trasforma l’inciampo in andatura, e la Chiesa perseguitata, fuggendo di città in città, percorre in verità le vie diritte del suo Signore. La comunità dei credenti riceve qui il suo statuto.
Tenda anziché palazzo, carovana anziché fortezza, accampamento pronto a levarsi al primo vento dello Spirito. Città dopo città, porta dopo porta, soglia dopo soglia. Il catalogo delle mete resterà incompiuto, perché prima giungerà il Figlio dell’uomo, e la storia — questa lunga traversata trapunta di aurore — porta scritta una scadenza di grazia vergata da mani più grandi delle nostre.
Ti auguro dunque la prudenza che scruta il terreno e il candore che taglia il cielo. Ti auguro la parola donata nell’ora giusta, la rugiada nelle notti aride, radici di cedro sotto le tempeste, quella fragranza discreta che annuncia l’olivo prima ancora che lo sguardo lo raggiunga. Se la fatica un giorno ti suggerirà la resa, ricorda il pergolato promesso: un’ombra ti attende. E oltre quell’ombra, sorge già un’altra città.
Con stima e Affetto fraterno in Cristo,
Maurizio.