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Gesù ha appena saputo della fine di Giovanni: Vangelo di Matteo (Mt 14,13-21)

Caro Donato,

il Vangelo di questa domenica (Mt 14,13-21) si apre con una fuga sull’acqua. Gesù ha appena saputo della fine di Giovanni. Sale su una barca e cerca un luogo deserto, in disparte, deciso a offrire al dolore lo spazio silenzioso che il dolore reclama.

La folla però corre più veloce della vela: aggira il lago a piedi, lo precede sulla riva e trasforma l’eremo in una piazza. Sceso a terra, egli vede quella marea di volti, sente compassione e guarisce i malati.

Il verbo greco parla di viscere che si torcono, di una tenerezza che abita il corpo prima del pensiero. Nella tradizione d’Israele sono i vicini a portare il pane a chi piange un morto; qui accade il rovescio esatto. Il piangente rimanda le proprie lacrime, sfama i vicini, e il lutto, anziché chiudersi in una stanza, si converte in una tavola apparecchiata per cinquemila.

Sullo sfondo di questa pagina un’altra tavola resta sparecchiata a metà. Il banchetto di Erode, in cui l’ultima portata è stata la testa di un profeta sopra un vassoio. Matteo accosta i due conviti con la discrezione di un montatore sapiente.

Il palazzo produce morte in mezzo all’opulenza; il deserto, per contrasto, genera profusione in mezzo alla penuria. Esistono due maniere di stare a tavola, e il Vangelo le espone fianco a fianco, in silenzio, fidandosi del lettore.

Sul far della sera i discepoli avanzano una proposta di buon senso. Congedare tutti, così che ciascuno vada nei villaggi a comprarsi il cibo. La loro logistica è impeccabile. Gesù la capovolge con due frasi: «Restino qui; voi stessi date loro da mangiare». «Qui possediamo soltanto cinque pani e due pesci», obiettano; ed egli. «Portatemeli qui». Dio sa creare dal vuoto degli inizi.

Qui però preferisce creare dal nostro poco, quasi che una scarsità consegnata gli sia più cara di un’onnipotenza solitaria. Cinque più due fa sette, cifra biblica della pienezza: la totalità ama nascondersi dentro ciò che pare insufficiente.

Secoli prima, un profeta aveva già annunciato questo mercato capovolto. «O voi tutti assetati, venite all’acqua», grida Isaia, e apre un banco in cui vino e latte si acquistano a tasche vuote, al prezzo della sola sete (Is 55,1-3). Il verbo resta quello dei mercanti, comprate, eppure la moneta è abolita.

La grazia custodisce la dignità dello scambio e ne strappa il conto. I discepoli additano i villaggi, i loro banchi veri e i loro prezzi veri; Gesù inaugura invece il mercato del profeta, in cui l’unico titolo d’acquisto è la fame portata fin lì. Quella pagina incalza con una domanda che attraversa i secoli e raggiunge i nostri carrelli della spesa.

Perché spendete denaro per ciò che lascia la fame intatta, il vostro guadagno per un cibo che pare pane soltanto alla vista? Ascoltate e vivrete, promette la medesima voce; quella folla aveva ascoltato prima di mangiare, e il pane giunse quale sigillo di una parola già gustata.

Anche tu conosci, del resto, quell’inventario: davanti a una famiglia da sostenere, a un amico in salita, a una comunità stanca, ciascuno di noi conta cinque pani e due pesci e li giudica ridicoli rispetto al bisogno. Portarli, invece di nasconderli, è già metà del miracolo, e la metà restante appartiene a Dio.

Prese, benedisse, spezzò, diede: quattro verbi che ritroveremo intatti nell’ultima cena, grammatica eucaristica provata in anteprima sopra un prato. Il racconto custodisce poi un silenzio prezioso.

L’istante esatto della moltiplicazione resta invisibile, accade tra le mani, nel passaggio dal Maestro ai discepoli e dai discepoli alla folla, segreto che si lascia toccare eppure sfugge a ogni sguardo. La moltiplicazione somiglia a una creazione ripresa in accelerato.

Le mani che ogni estate gonfiano adagio le spighe condensano qui un anno intero di campi. Il miracolo rinuncia allo spettacolo e preferisce la discrezione di un gesto domestico, quale pane sfilato dal forno di casa.

Matteo annota un dettaglio da regista: prima di distribuire, Gesù ordina alla folla di sedersi sull’erba. Erba nel deserto è già mezzo prodigio, e sotto quella tovaglia verde affiora il salmo del pastore: pascoli, acque quiete, una mensa preparata davanti al nemico di sempre, la fame. Isaia ancorava la sua promessa ai favori assicurati a Davide, il pastore diventato re.

Su quel prato l’alleanza eterna trova la propria tavola. Sdraiarsi a mangiare era, nel mondo antico, la postura degli uomini liberi; gli schiavi consumavano il pasto in piedi. Prima del pane, dunque, viene servita la dignità: cinquemila poveri accomodati alla maniera dei signori, sopra divani d’erba, dentro un deserto che si scopre sala da pranzo.

Alla fine tutti mangiano a sazietà, e avanza più cibo di quanto il prato ne avesse visto arrivare: dodici ceste colme, il numero delle tribù e degli apostoli, quasi una ricevuta personale, consegnata a ciascuno, per certificare che donare arricchisce. L’aritmetica di Dio procede al rovescio della nostra: la divisione è il suo operatore di moltiplicazione, e la sottrazione il suo modo di aggiungere.

Matteo chiude con una riga da contabile vinto: cinquemila uomini, oltre alle donne e ai bambini rimasti fuori dal conteggio. La grazia eccede ogni registro, e i più sfamati della storia portano spesso nomi che i censimenti tralasciano.

Dodici ceste lasciarono quel prato al vespro, e il Vangelo tace, con eleganza, la loro destinazione. Una, ho il sospetto, viaggia ancora: passa di mano in mano da venti secoli, sosta davanti alle porte che le somigliano, e il suo fondo attende tuttora la mano capace di raggiungerlo.

Con stima e Affetto fraterno in Cristo, Maurizio

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