al Home » Senza categoria » Gesù esce di casa e siede in riva al mare: Vangelo di Matteo (Mt 13,1-23)

Gesù esce di casa e siede in riva al mare: Vangelo di Matteo (Mt 13,1-23)

Carissimo Donato,

ti scrivo nell’ora in cui la luce si fa obliqua e il pensiero, libero finalmente dagli affanni del giorno, torna a una pagina del Vangelo secondo Matteo (Mt 13,1-23) che da alcune sere mi lavora dentro, silenziosa e ostinata, alla maniera di un’acqua che scava la pietra.

Gesù esce di casa e siede in riva al mare. La folla cresce, preme, lo sospinge su una barca. Ed ecco che il legno di un pescatore diventa cattedra, l’acqua si fa navata, l’orizzonte si curva in abside di una cattedrale priva di mura. Mi commuove questo Maestro che sceglie l’instabilità dell’onda per pronunciare parole destinate a durare più del granito.

«Il seminatore uscì a seminare»: un gesto antico, quasi ovvio, che pure custodisce uno scandalo, poiché quest’uomo getta il seme ovunque, sulla strada battuta, tra i sassi, fra le spine, con una larghezza di mano che qualunque agronomo giudicherebbe follia.

La nostra agricoltura calcola, seleziona, misura il terreno prima di affidargli il grano; l’agricoltura di Dio ignora il catasto, spreca con letizia, semina perfino sull’asfalto dei cuori induriti, perché la sua speranza è più testarda della nostra aritmetica. Ecco il primo annuncio nascosto nella parabola. Prima dei terreni conta la prodigalità di chi semina, quella mano aperta che rifiuta ogni bilancio preventivo. Quel gesto largo è parente stretto della pioggia, che scende su vigne e sterpaglie con pari generosità, ignara di confini e di meriti.

Per anni ho letto questa pagina quale galleria di ritratti altrui. Il distratto, l’entusiasta senza radici, l’affarista soffocato, il giusto fecondo. Oggi la leggo quale autoritratto. Dentro di me convivono tutti e quattro i terreni. Vi corre una strada calpestata da mille passi frettolosi, vi affiora una pietraia di fervori rapidi, vi prospera un roveto di preoccupazioni, vi resiste, per grazia, una zolla buona che attende l’aratro.

Il cuore dell’uomo è un campo conteso, terreno di battaglia fra la luce e la tenebra. La parabola ci consegna la mappa di quel fronte interiore con la precisione di un cartografo e la pietà di un padre.

Considera la strada. È terra anch’essa, della stessa sostanza del campo; il passaggio continuo l’ha resa dura, impermeabile, sorda al seme che la sfiora. Così accade all’anima attraversata da troppi rumori. Le parole vi rimbalzano sopra, restano in superficie, e il primo uccello di passaggio — la distrazione, il cinismo, il Maligno in persona — se le porta via prima che mettano dimora.

Conosco i sotterranei del cuore, quelle cantine in cui l’orgoglio archivia le parole scomode; là il seme muore d’ombra assai più che di fame.

Poi viene il terreno sassoso, e qui la parola si fa chirurgica. Il seme germoglia subito, con una fretta che somiglia alla gioia. Sotto, però, la roccia impedisce alla radice di scendere, e quando il sole si alza — quel medesimo sole che matura il grano radicato — brucia lo stelo privo di profondità. Trovo vertiginosa questa esattezza: una luce identica a uno dona maturazione, all’altro procura agonia, e il discrimine giace tutto nell’invisibile, nella radice, cioè nella fedeltà nascosta che nessuno applaude.

Penso alle pietraie del nostro Sud, ai muretti a secco che i padri innalzarono togliendo sassi alla terra per farla respirare. La profondità, laggiù, è una conquista quotidiana, un lavoro di generazioni. Quante adesioni durate lo spazio di un’emozione ho conosciuto, in me più che negli altri. Fuochi di paglia accesi da un canto, da un incontro, da una pagina luminosa, spenti alla prima tribolazione.

E poi i rovi. Qui il Vangelo tocca la nostra epoca con un dito di fuoco. La preoccupazione del mondo e la seduzione della ricchezza operano con maniere squisite. Promettono custodia e amministrano strangolamento, si presentano quali giardinieri e lavorano quali carcerieri. Il rovo cresce adagio, con la cortesia delle cose inevitabili.

Avvolge lo stelo, gli sottrae luce, respiro, spazio, finché la pianta resta viva eppure sterile, verde eppure vuota, presente eppure incapace di frutto. È la morte più elegante che io conosca: quella per soffocamento dorato.

Rileggendo la spiegazione con la pazienza del filologo, ho scoperto un inciampo luminoso annidato nella sintassi. Il racconto parte da un seme che cade sui terreni. Poi, d’improvviso, dichiara che il seminato sul terreno sassoso è colui che ascolta.

Il seme diventa l’uomo, la semente e il campo si fondono in una sola creatura. Un grammatico severo parlerebbe di sbavatura; io vi riconosco una rivelazione. La Parola ricevuta cessa di essere ospite e si fa carne di chi l’ascolta, tanto che ciascuno diventa ciò che accoglie. Chi ospita il seme si trasforma, a sua volta, in seme gettato nel campo del mondo.

I discepoli domandano la ragione delle parabole, e la risposta racchiude un mistero che mi inquieta e mi consola insieme. Ai maestri d’Israele era cara la sentenza diretta, l’insegnamento consegnato a viso aperto; questo Rabbi preferisce la via dell’immagine, e lo stupore dei suoi spiega la domanda. Una parabola è una porta socchiusa.

Si spalanca davanti a chi desidera, si vela davanti a chi presume di possedere già tutto. Tutto il dialogo ruota attorno al verbo dare: conoscere i misteri del Regno è dono puro, versato nel cuore semplice, sottratto all’orgoglio che pretende di conquistare la luce a forza di ragionamenti. Il teorema costringe, la storia corteggia.

Il Regno possiede la struttura del seme — piccolo, paziente, gravido di futuro — e reclama perciò un linguaggio germinale, capace di crescere nella notte di chi lo medita. Isaia aveva profetizzato l’insensibilità di un popolo dal cuore ispessito, dagli orecchi induriti, dagli occhi serrati.

Esiste una cataratta dell’anima che guarda senza vedere e ode senza ascoltare, e soltanto la grazia possiede il bisturi per operarla. «Beati invece i vostri occhi perché vedono», dice il Signore ai suoi.

Molti profeti e molti giusti desiderarono contemplare quel volto e quell’ora; a noi, ultimi arrivati nella vigna della storia, è toccato in sorte ciò che essi sognarono. «Chi ha orecchi, ascolti». La formula pare pleonastica; in verità costituisce la soglia di tutto, perché l’orecchio è il primo terreno e l’ascolto è la prima aratura.

Lo stesso profeta che denunciò la sclerosi del cuore custodiva, in un’altra pagina, la promessa capace di guarirla (Is 55,10-11). La pioggia e la neve scendono dal cielo e vi risalgono soltanto dopo avere irrigato la terra, dopo averla fecondata e fatta germogliare, perché essa doni il seme a chi semina e il pane a chi mangia.

Così agisce la Parola uscita dalla bocca di Dio: risale alla sorgente unicamente a missione compiuta, dopo avere operato ciò che egli desidera e condotto a termine ciò per cui fu inviata. Leggo in questi versetti la meteorologia segreta della parabola.

Il seminatore può permettersi lo sperpero perché il suo grano appartiene alla stirpe della pioggia, porta inscritta nel germe la garanzia del cielo, conosce una sola via del ritorno, quella che attraversa la spiga.

Nessun ciclo idrologico ammette dispersioni definitive. L’acqua che oggi pare inghiottita dalla crepa più buia lavora nel segreto, scava falde, prepara sorgenti, riaffiora limpida a valle quando ogni attesa sembrava sepolta.

Tre terreni su quattro falliscono, eppure il raccolto resta certo, perché l’efficacia della semina riposa sulla fedeltà di chi la compie, anziché sulle statistiche dei nostri campi. Questa è la teologia della pioggia.

Un amore che scende senza calcolo, riguadagna il cielo a raccolto avvenuto, trasforma perfino le nostre aridità in cantieri di germogli.

E il frutto, infine: il cento, il sessanta, il trenta per uno. Mi incanta questa aritmetica plurale della grazia. Ogni contadino onesto confesserebbe che anche la zolla più generosa concede a un chicco meno di trenta granelli per spiga. Il cento obbedisce a un’altra agronomia.

Quella di un Amore che moltiplica oltre ogni previsione e trasforma la statistica in dossologia. Dio rinuncia all’uniformità dei raccolti.

Benedice rese diverse, accoglie fecondità differenti, festeggia il trenta con la medesima gioia riservata al cento. Esiste dunque una misericordia anche nella misura.

Nessuna zolla è chiamata a portare il raccolto di un’altra; ognuna risponde della propria terra, del proprio sole, della propria stagione.

Dal lavoro paziente degli studiosi giunge una notizia che accresce la mia gratitudine: questa parabola nacque, con ogni probabilità, quale medicina per i primi inviati. Tornavano da villaggi rimasti muti, con la sporta vuota e il cuore ammaccato.

Il Maestro li risollevava insegnando che il compito dell’apostolo è la semina, mentre il raccolto matura in mani più grandi delle sue. Conta seminare; presto o tardi la parola troverà la sua zolla. Perfino il testo che oggi leggiamo porta le impronte di quella prima comunità. Matteo raccolse parabole nate in stagioni diverse e le dispose in un unico discorso.

La Chiesa nascente rimeditò la spiegazione con il proprio vocabolario, da contadina fedele che riconsegna al padrone un campo migliorato. La pagina stessa si comporta da seme. Caduta nella terra buona di quelle assemblee, ha prodotto il cento attraverso i secoli, fino a germogliare stasera sul mio tavolo.

Ognuno di noi semina ogni giorno con le parole che pronuncia. Un padre sui figli, un amico sull’amico, un testimone sul suo tempo. A ciascuno è chiesta la fedeltà del gesto, a Dio la sorpresa della spiga.

Ti confido allora il proposito che questa pagina ha seminato in me. Voglio farmi terra, semplicemente terra. Lasciarmi dissodare, accogliere l’aratro che ferisce per aprire, consentire alla Parola di scendere sotto la crosta delle abitudini fino al punto in cui nasce la radice.

Desidero offrirmi alla pioggia con la docilità dei solchi aperti, sicuro che ogni goccia scesa dall’alto tornerà al cielo carica di pane. Le ferite, contemplate da questa riva, mutano nome. Diventano solchi. E se il ladro ruba, se il sole brucia, se i rovi stringono, il seminatore torna.

Torna ogni alba, con la sporta colma e la mano larga, perché la sua semina conosce un’unica stagione, quella di un amore che spera tutto e getta il grano anche sull’ultimo dei miei asfalti.

Custodisci, ti prego, l’orecchio che ascolta e il cuore che comprende. il resto — il cento, il sessanta, il trenta — verrà da sé, a mo’ di sorpresa d’autunno dopo la pazienza dell’inverno. Che il Signore ti conceda la profondità delle radici, il giubilo della spiga e la pioggia puntuale che mantiene ogni promessa.

Con stima e Affetto fraterno in Cristo, Maurizio

error: Content is protected !!