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I discepoli finiscono nella tempesta: Vangelo di Matteo (Mt 14,22-33)

Caro Donato,

il Vangelo odierno (Mt 14,22-33) comincia sul prato dei pani appena sparecchiato, con un verbo che sorprende: subito Gesù costringe i discepoli a salire sulla barca. Costringe: unica imbarcazione forzata del Vangelo, decisa in fretta, quasi una manovra di salvataggio.

La folla, sazia di pane, sogna già un re da incoronare; il Maestro sottrae i suoi amici a quel profumo di trionfo e li consegna al largo, al buio, al vento. Ecco un pensiero che raddrizza molte notti. I discepoli finiscono nella tempesta per obbedienza, in rotta giusta e con vento contrario, e da quell’ora il vento contrario ha smesso di valere quale prova d’errore.

Congedata la folla, egli sale sul monte a pregare, in disparte, e la sera lo trova lassù, solo. Quella solitudine gli era stata rubata al mattino, quando il lutto per Giovanni cercava silenzio e trovò cinquemila bocche.

Adesso la riprende, e la riempie di intercessione. Il monte prega, la barca rema: due fatiche parallele nella stessa notte, separate da miglia d’acqua e cucite da uno sguardo. Loro si credono dimenticati in mezzo al lago; dall’alto, invece, ogni colpo di remo viene contato, e la distanza che ai naviganti pare abbandono è soltanto il punto di osservazione dell’amore.

Sul finire della notte, alla quarta veglia, egli scende e cammina sul mare. L’orologio di Dio segna l’ora esatta, eppure quell’ora scocca dopo la nostra, quando le braccia hanno già dato tutto. Per Israele il mare è l’abisso, la dimora del caos, il rovescio liquido della creazione.

Il libro di Giobbe riserva quel passo a Dio soltanto: camminare sui flutti. Gesù dunque avanza sopra ciò che spaventa, trasforma l’abisso in lastricato e sceglie la tempesta quale strada. Arriva per la via che noi scongiuriamo, e il fondale delle nostre paure diventa il selciato dei suoi passi.

Un’altra notte di vento abita la memoria di Israele: sull’Oreb, dentro una caverna, Elia attende il passaggio del Signore (1Re 19,9a.11-13a). Davanti alla sua soglia sfila un corteo di potenze. Un uragano da spaccare i monti, un terremoto, un fuoco.

Il Signore li lascia passare tutti e tre, vuoti quali carri di scena, e sceglie il sussurro di una brezza leggera. All’udirla, Elia si copre il volto con il mantello ed esce: ha imparato la lezione che i secoli continuano a ripassare. Dio ama i decibel bassi, diserta i propri effetti speciali e affida l’essenziale a ciò che rischiamo di scambiare per un refolo.

Sul lago di questa pagina il copione si ripete a rovescio. La tempesta resta in scena, eppure la salvezza viaggerà dentro una voce.

I discepoli, pescatori cresciuti sull’acqua, conoscono a memoria le tempeste. La Presenza li terrorizza assai più del vento. «È un fantasma!», gridano.

Il cuore, al buio, popola le acque di spettri e crede alle proprie paure con una prontezza che a Dio concede soltanto dopo lunghe prove. Attraverso l’urlo giunge una voce conosciuta. «Coraggio, sono io».

Sono io: il Nome del roveto ardente attraversa il lago a piedi scalzi, e il seguito dell’annuncio suona quale congedo intimato alla paura, poiché il terrore, per lui, è una folla simile alle altre, radunata per sbaglio e rimandata a casa con una parola.

Pietro allora tenta l’inaudito: «Signore, se sei tu, comandami di venire verso di te sulle acque». Chiedere un comando anziché un potere: la preghiera più fine del Vangelo chiede obbedienza, sicura che la parola regga più dell’acqua. «Vieni!», risponde una sola parola spalancata.

A Elia, dentro una caverna, fu comandato «Esci»; a Pietro, dentro una barca, viene detto «Vieni». La sintassi preferita di Dio è un imperativo che strappa dai rifugi. Pietro scende, posa il piede sul buio liquido e per qualche passo galleggia sull’imperativo: il lago lo regge perché lo regge il «Vieni», e la fisica di quella notte obbedisce alla grammatica anziché alla gravità.

Il vento però rientra nel campo visivo di Pietro. Misura le raffiche, calcola, e il calcolo pesa. Dubitare, in greco, custodisce la radice del due: lo sguardo si sdoppia tra il Volto e la burrasca, e un uomo diviso comincia a pesare il doppio.

Affonda adagio, per grazia: la poca fede imbarca acqua e lascia il tempo di gridare la preghiera più corta della Scrittura, «Signore, salvami!». E subito la mano.

Il soccorso precede il rimprovero, la presa arriva prima della domanda, e da quell’istante sappiamo che le dita di Dio sono più rapide del nostro affondare, tarate da sempre sulla velocità esatta della nostra caduta. «Uomo di poca fede, perché hai dubitato?».

La correzione arriva dentro la stretta, a presa già sicura, e il rimprovero suona quale carezza bagnata. Poca fede, eppure fede: quel filo era bastato a scavalcare una murata di notte.

Appena i due risalgono, il vento cessa, quasi avesse esaurito il proprio compito di levatrice. Sulla barca fradicia scoppia la prima professione di fede completa del Vangelo: «Davvero tu sei Figlio di Dio!».

Elia si coprì il volto con il mantello. I Dodici si piegano sul fasciame. Gesti lontani nove secoli, medesima vertigine davanti alla Presenza riconosciuta. Prima dei concili, prima delle formule, la teologia nasce così.

Da uomini zuppi, alle prime luci, con i muscoli a pezzi e il cuore in ginocchio, poiché certe verità si imparano unicamente con i vestiti bagnati.

Anche le nostre traversate conoscono quel copione. Una rotta presa per obbedienza, un vento che si mette di prua, ore di remi dentro progetti, diagnosi, silenzi di casa che paiono allungarsi fino all’alba.

La quarta veglia arriva anche lì, puntuale sul quadrante di Dio; e chi affonda possiede già l’intera liturgia necessaria, due parole appena, gridate con l’acqua alla gola.

Resta, sopra tutte le acque scure, quel «Vieni» pronunciato una volta sola e rimasto in vigore. Pende ancora là, sospeso tra la murata e la tempesta, rivolto al prossimo piede che oserà sporgersi; il peso di un uomo che lo ascolta è un dato che l’acqua rivela soltanto a chi scende.

Con stima e Affetto fraterno in Cristo, Maurizio

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