Quattro sillabe e due dizionari
Perché tre parole del Credo hanno diviso cattolici e ortodossi per mille anni
In via delle Orfane, a Torino, c’è una piccola chiesa barocca che oggi appartiene alla comunità greco-ortodossa. La domenica, durante la liturgia, i fedeli recitano il Credo. Quando arrivano allo Spirito Santo dicono che «procede dal Padre», e lì si fermano. In Duomo, a pochi isolati di distanza, la stessa frase continua per tre parole: «e dal Figlio».
Quelle tre parole, in latino quattro sillabe, Fi-li-o-que, hanno diviso Roma e Costantinopoli per più di mille anni. Sembra una sproporzione, e in parte lo è. Per capire perché, basta guardare da vicino un solo verbo.
Che cosa dice il Credo
I cristiani credono in un solo Dio che è Padre, Figlio e Spirito Santo. Per dire come i tre sono legati fra loro senza farne tre dèi, la Chiesa antica ha scelto parole precise. Del Figlio si dice che è generato dal Padre. Dello Spirito si dice che procede dal Padre.
La seconda espressione viene dal Vangelo di Giovanni, dove Gesù promette «lo Spirito della verità che procede dal Padre» (Gv 15,26). Nel 381 il concilio di Costantinopoli riprese quel versetto nel Credo, il testo che le Chiese recitano ancora oggi. Il testo del 381 dice soltanto: «che procede dal Padre». Non aggiunge «e dal Figlio», ma non aggiunge nemmeno «soltanto dal Padre».
La messa latina, da secoli, dice invece ex Patre Filioque procedit: «che procede dal Padre e dal Figlio». Filio significa «Figlio», e il piccolo -que finale significa «e». Tutta la questione sta lì.
Perché una parola pesa tanto
Per capire come una parola sola abbia potuto dividere due Chiese, bisogna fermarsi un momento su come il Credo pensa Dio.
Il Padre, il Figlio e lo Spirito non sono tre parti di un Dio diviso in tre, e nemmeno tre dèi uno accanto all’altro. Il Catechismo della Chiesa cattolica lo dice con una formula semplice: le persone divine non si dividono l’unica divinità, ma ciascuna di esse è Dio tutto intero. Il Padre è tutto Dio, il Figlio è tutto Dio, lo Spirito è tutto Dio, e Dio è uno solo. Hanno la stessa natura e agiscono con un’unica operazione.
Se hanno in comune tutto, che cosa li distingue? Una cosa sola: da chi viene chi. Lo stesso Catechismo afferma che le persone divine sono distinte tra loro per le loro relazioni di origine. Il Padre non viene da nessuno. Il Figlio viene dal Padre per generazione. Lo Spirito viene dal Padre, e il verbo che dice come ne viene è proprio quello di cui tratta questo articolo.
Ecco perché qui una parola pesa tanto. Le sole parole che distinguono i tre sono «generato» e «procede». Toccarne una significa toccare proprio ciò per cui le tre persone sono realmente distinte: le loro relazioni di origine.
Mandato a noi, procede dal Padre
Conviene rileggere per intero il versetto di Giovanni da cui tutto parte. Tradotto alla lettera dal greco, dice: «Quando verrà il Paraclito, che io vi manderò dal Padre, lo Spirito della verità che procede dal Padre, egli darà testimonianza di me» (Gv 15,26).
Nella stessa frase ci sono due movimenti diversi. Il primo riguarda noi: il Figlio manda lo Spirito agli uomini. È lo Spirito che la Bibbia paragona al vento: in greco la stessa parola, pneuma, significa spirito, soffio e vento. Il vento soffia dove vuole, dice Gesù a Nicodemo (Gv 3,8), e a Pentecoste lo Spirito arriva con un fragore dal cielo, come di un vento impetuoso che riempie la casa (At 2,2). Il secondo movimento riguarda Dio stesso: lo Spirito procede dal Padre. Qui non si parla di una venuta nella storia, ma della sua origine eterna.
Che il Figlio mandi lo Spirito agli uomini, nessuna delle due Chiese lo mette in dubbio: lo dice il Vangelo. La disputa riguarda soltanto il secondo livello, cioè se il Figlio abbia parte anche all’origine eterna dello Spirito. Tenere distinti i due livelli aiuta a non confondere ciò che è comune con ciò che è conteso.
Il verbo greco: una parola stretta
Nel Vangelo, in greco, il verbo è ἐκπορεύεται (ekporeuetai). A partire da alcuni grandi teologi del IV secolo, i Padri cappadoci, il nome che ne deriva, ἐκπόρευσις (ekporeusis), diventa una parola stretta, quasi tecnica. Indica una cosa sola: il modo unico in cui lo Spirito ha origine dal Padre. E il Padre, nella Trinità, è l’origine che non ha a sua volta un’origine.
Gregorio di Nazianzo distingue questa parola con cura da un verbo più comune, che significa semplicemente «uscire», «venire fuori». Quel verbo comune vale per lo Spirito e per il Figlio insieme. Ekporeusis invece serve proprio a separare il modo in cui viene lo Spirito dal modo in cui viene il Figlio, che è la generazione.
Il verbo latino: una parola larga
La Bibbia latina tradusse quel verbo greco con procedit, e i latini fecero lo stesso con il Credo. Ma il latino procedere è una parola larga. Tertulliano la usa già per il Figlio, che «è proceduto» dal Padre. Agostino osserva che tutto ciò che nasce procede, anche se non tutto ciò che procede nasce. Tommaso d’Aquino, nel Duecento, dirà che fra le parole che indicano un’origine qualsiasi, «processione» è la più generale. Procede la linea dal punto, il raggio dal sole, il fiume dalla sorgente.
Per un cristiano latino, dire che lo Spirito procede dal Padre voleva dire che lo Spirito riceve dal Padre la divinità. Ma il Padre la comunica anche al Figlio. Il verbo largo permetteva di nominare anche il Figlio, parlando della processione dello Spirito, senza per questo farne una seconda fonte. Non fu però il verbo, da solo, a produrre il Filioque: fu la riflessione dei Padri latini sulla Trinità, che quel verbo lasciava libera di esprimersi. Ambrogio di Milano fu il primo a scriverlo. Agostino lo sviluppò con una precisazione importante: lo Spirito procede dal Padre principaliter, cioè dal Padre come principio, e dal Padre e dal Figlio insieme, communiter.
Dove nasce l’incomprensione
Tradurre ekporeuetai con procedit significò dunque versare un contenuto preciso in un recipiente molto più capiente. Il punto merita di essere spiegato con calma, perché è proprio qui che le due Chiese hanno smesso di capirsi.
La strettezza della parola greca non sta nella parola in sé. Nella lingua di tutti i giorni ἐκπορεύεσθαι non è più preciso del verbo comune da cui Gregorio lo distingue: vuol dire anch’esso «uscire», «venire fuori da». Nel Vangelo di Matteo, per esempio, è il verbo usato per ciò che esce dalla bocca dell’uomo (Mt 15,11). Nell’Apocalisse lo stesso verbo descrive il fiume d’acqua viva che esce «dal trono di Dio e dell’Agnello», cioè di Cristo (Ap 22,1): un solo movimento, due nomi. Il versetto parla di un fiume, non dell’origine dello Spirito, e non risolve la questione né in un senso né nell’altro. Mostra però che nel greco della Bibbia il verbo non esclude affatto un secondo nome.
La strettezza nasce dall’uso che ne fecero i Padri greci. Nella loro teologia ekporeusis non indica un movimento qualsiasi, ma il rapporto con l’origine prima: con chi è principio senza avere a sua volta un principio. Nella Trinità questo ruolo spetta a uno solo, il Padre.
Per questo, nell’uso teologico greco, la parola porta con sé l’unicità della fonte. Dire da chi lo Spirito ha la sua ekporeusis equivale a dire chi è la sua origine prima. Se ai nomi se ne aggiunge un secondo, si aggiunge una seconda origine.
Il latino procedere non porta con sé questa informazione. Dice che qualcosa viene da qualcuno, ma non dice se quel qualcuno sia la fonte prima o una tappa del cammino. Con un verbo del genere si può nominare il Figlio accanto al Padre senza farne una seconda fonte. Il Padre resta l’origine prima. Agostino, ripreso dal Catechismo della Chiesa cattolica, lo spiega così: lo Spirito procede anzitutto dal Padre; e poiché il Padre, generando il Figlio, gli dona eternamente anche questo, lo Spirito procede dal Padre e dal Figlio insieme.
Un paragone aiuta a vedere la differenza. Pensiamo all’acqua di una fontana in città. Possiamo dire che «viene dalla sorgente e dall’acquedotto», e nessuno immagina due sorgenti: il verbo «venire» è largo, e abbraccia sia il punto d’origine sia la strada percorsa. Se invece diciamo che l’acqua «sgorga dalla sorgente e dall’acquedotto», la frase suona sbagliata, perché «sgorgare» si dice soltanto della sorgente. Il latino procedit funziona come «venire». Il greco ekporeuetai, nell’uso dei Padri, funziona come «sgorgare». Il paragone vale per le parole, non per la teologia: nessuna delle due Chiese pensa al Figlio come a un semplice condotto.
Ecco l’incomprensione. Un latino che diceva «dal Padre e dal Figlio» intendeva: dal Padre come fonte, e dal Figlio che dal Padre riceve anche questo. Un greco che ascoltava la stessa frase con il suo verbo in mente sentiva: due fonti. Non a caso, quando i latini precisarono il loro pensiero, insistettero proprio sull’unicità del Padre come principio: è il senso del principaliter di Agostino, e sarà il senso della formula del concilio di Lione, «come da un solo principio». E non a caso i greci, a Firenze, dichiararono di non usare la formula latina per il timore che significasse due principi.
Un malinteso nei due sensi
Nel 1995 un chiarimento pubblicato a cura del Pontificio Consiglio per la promozione dell’unità dei cristiani ha descritto questo passaggio con due parole. Traducendo con procedere prima il versetto di Giovanni e poi il Credo, si creò «involontariamente» una «falsa equivalenza» fra il concetto greco e quello latino. È la Chiesa di Roma, in un documento ufficiale, a riconoscere che una parte del problema nasce da una traduzione.
Il malinteso viaggiò anche in senso opposto. Nel VII secolo a Costantinopoli ci si scandalizzò per una professione di fede del papa che conteneva il Filioque. La si leggeva con il verbo greco stretto in mente. Fu Massimo il Confessore, scrivendo da Roma, a spiegare che i romani non facevano del Figlio la causa dello Spirito: riconoscevano nel Padre l’unica causa del Figlio e dello Spirito, e con quella formula volevano mostrare che lo Spirito viene attraverso il Figlio.
Nella lettera, la cui autenticità è stata messa in dubbio da entrambe le parti ed è stata difesa da uno studio specifico, Massimo distingue anche le parole. Riserva ekporeusis al rapporto dello Spirito con il Padre; per quel venire attraverso il Figlio usa προϊέναι (proienai), lo stesso verbo comune da cui Gregorio di Nazianzo distingueva l’ekporeusis. Poco oltre aggiunge un’osservazione ancora più esplicita: non si riesce a esprimere il proprio pensiero con la stessa esattezza in un’altra lingua come nella propria, «così come anche noi», scrive, «il nostro nella nostra».
Due lingue, due dizionari, e lo stesso errore commesso nelle due direzioni.
Una storia lunga secoli
Il Filioque non nasce nel 1054, l’anno delle scomuniche reciproche fra Roma e Costantinopoli: in quella data arriva tardi.
Roma conobbe e accolse il Credo del 381 soltanto nel 451, al concilio di Calcedonia. Nel frattempo i Padri latini avevano già insegnato che lo Spirito procede dal Padre e dal Figlio. In Spagna, nei concili di Toledo fra il 589 e il 693, la formula serviva a difendere contro gli ariani la piena divinità del Figlio. Alla fine dell’VIII secolo la clausola è certamente dentro il Credo, come attestano i concili di Aquileia-Friuli (796) e di Aquisgrana (809).
Carlo Magno la voleva nel testo. Papa Leone III ne condivideva la dottrina, ma resistette all’inserimento per non rompere con l’Oriente. Roma introdusse la clausola nel Credo della messa soltanto nel 1014. Nel 1054, quindi, la formula circolava in Occidente da secoli.
Seguirono due tentativi di accordo. Il concilio di Lione, nel 1274, precisò che lo Spirito procede dal Padre e dal Figlio «come da un solo principio». Il concilio di Firenze, nel 1439, andò oltre e scrisse una diagnosi che suona sorprendentemente moderna: gli uni dicono «dal Padre e dal Figlio», gli altri «dal Padre attraverso il Figlio», e tutti vogliono dire la stessa cosa con parole diverse. Molti vescovi greci che avevano firmato, però, ritrattarono una volta tornati a casa, e l’unione fallì.
Dove il dizionario non basta
Fin qui sembra che tutto dipenda da una traduzione sbagliata. Non è così, e va detto con la stessa chiarezza.
Il primo nodo riguarda l’autorità. Nel 431 il concilio di Efeso vietò di comporre una professione di fede diversa da quella di Nicea. A Firenze il metropolita greco Marco di Efeso sollevò proprio questa obiezione: può una parte della Chiesa aggiungere da sola una parola al Credo di tutti? È una domanda che non riguarda il significato del verbo. Riguarda chi abbia il diritto di toccare le parole comuni, e porta dritto alla questione del papa.
Il secondo nodo riguarda due modi di pensare, entrambi antichi. La tradizione che risale ad Agostino vede nello Spirito l’amore fra il Padre e il Figlio, e nel Padre e nel Figlio un unico principio da cui lo Spirito procede. L’Oriente preferisce dire che lo Spirito ha origine dal Padre attraverso il Figlio.
Due immagini aiutano a vedere da dove nasce l’istinto di ciascuna tradizione. La prima è latina e risale ad Agostino: chi ama, chi è amato, e l’amore che li unisce. Lo Spirito vi appare come il legame fra il Padre e il Figlio, e per questo viene spontaneo nominarli tutti e due. La seconda nasce dalla Scrittura, che chiama il Figlio Verbo, cioè Parola, e lo Spirito con una parola che significa anche soffio: chi parla, la parola che dice, il respiro con cui la dice. Parola e respiro escono dalla stessa persona in due modi diversi, e il respiro accompagna la parola; per questo viene spontaneo dire «dal Padre attraverso il Figlio». Nessuna delle due immagini dimostra una formula, e come tutte le immagini di Dio zoppicano: in noi chi ama o chi parla esiste prima di amare e di parlare, mentre il Padre non è mai stato senza il Figlio e senza lo Spirito.
Chiarire le parole aiuta a capire l’una e l’altra tradizione, ma non le fonde in una sola. La stessa Chiesa cattolica lo riconosce: quando il Credo si recita in greco, anche da parte di cattolici, non vi aggiunge «e dal Figlio», perché accanto al verbo greco stretto l’aggiunta cambierebbe senso.
Il terzo nodo riguarda l’accoglienza. Firenze aveva trovato una formula su cui le delegazioni si erano accordate, e perse lo stesso l’unità. Un accordo sulle formule serve poco, se le Chiese chiamate ad accoglierlo lo respingono.
Oggi
Il dialogo ufficiale ha ripreso da dove Firenze si era fermata. Nel 1982, a Monaco di Baviera, la commissione mista cattolico-ortodossa ha dichiarato insieme che lo Spirito procede dal Padre, unica sorgente all’interno della Trinità. Il chiarimento cattolico del 1995 ha stabilito che ogni formulazione propria di una tradizione deve restare conforme al Credo del 381. Il Catechismo della Chiesa cattolica parla, per le due formule, di «legittima complementarità».
Anche da parte ortodossa il chiarimento del 1995 ha trovato lettori attenti. Il metropolita Giovanni Zizioulas lo definì un documento «molto prezioso» e chiese di chiarire meglio la differenza fra il Padre come «causa» e il Padre come «principio». Il teologo Jean-Claude Larchet ne riconobbe l’intento sincero, ma ne sottopose a critica gli argomenti.
Il 28 novembre 2025, a İznik, l’antica Nicea, papa Leone XIV, il patriarca ecumenico Bartolomeo e i capi di altre Chiese hanno ricordato i 1700 anni del primo concilio. Hanno recitato insieme il Credo: lo Spirito vi è detto «che procede dal Padre», senza il Filioque.
Ritorno in via delle Orfane
Fra la chiesa delle Orfane e il Duomo corrono tre parole. Una parte della distanza che rappresentano è una questione di dizionario: un verbo stretto tradotto con un verbo largo ha fatto sembrare lontane due fedi che, su questo punto, dicevano in gran parte la stessa cosa. L’altra parte non si risolve con il dizionario. Riguarda chi abbia l’autorità sulle parole comuni, e due modi antichi e rispettabili di dire il legame fra il Figlio e lo Spirito.
La prima parte, oggi, si lascia spiegare. La seconda è ancora aperta.
Glossario
Credo (o Simbolo). Il testo con cui i cristiani professano la loro fede durante la liturgia. Quello di cui si parla qui fu fissato dai concili di Nicea (325) e di Costantinopoli (381), e per questo si chiama niceno-costantinopolitano.
Concilio. Assemblea dei vescovi convocata per decidere su questioni di fede o di disciplina. I primi concili, come quelli di Nicea e di Costantinopoli, sono riconosciuti sia dai cattolici sia dagli ortodossi.
Trinità. Il modo in cui i cristiani parlano di Dio: un solo Dio in tre persone, il Padre, il Figlio e lo Spirito Santo.
Sostanza e persona. Due parole della teologia antica. La sostanza è ciò che Dio è, ed è una sola. Le persone sono il Padre, il Figlio e lo Spirito, realmente distinti fra loro. Ciascuna persona è tutto Dio, non una parte di Dio; si distinguono soltanto per l’origine, cioè per chi viene da chi.
Missione. L’invio dello Spirito agli uomini, nella storia: «che io vi manderò dal Padre» (Gv 15,26). Va distinta dall’origine eterna dello Spirito dentro Dio, che è l’oggetto della disputa.
Paraclito. Il nome con cui Gesù, nel Vangelo di Giovanni, chiama lo Spirito Santo che promette ai discepoli.
Generazione. Il modo in cui il Figlio viene dal Padre. Il Credo dice che il Figlio è «generato, non creato».
Ekporeusis (ἐκπόρευσις). La parola greca che indica il modo unico in cui lo Spirito Santo ha origine dal Padre. Nell’uso teologico dei Padri greci è una parola stretta: vale soltanto per lo Spirito e soltanto rispetto al Padre.
Processione (latino processio, verbo procedere). La parola latina con cui fu tradotta ekporeusis. In latino è una parola larga: indica qualsiasi forma di provenienza, anche quella del Figlio dal Padre.
Filioque. Parola latina che significa «e dal Figlio». Aggiunta in Occidente al Credo del 381, dopo «che procede dal Padre». È il punto di disaccordo di cui tratta questo articolo.
Principio. Ciò da cui qualcosa ha origine. Il Padre è detto «principio senza principio»: è l’origine del Figlio e dello Spirito e non ha a sua volta un’origine.
Principaliter e communiter. Due avverbi usati da Agostino. Lo Spirito procede dal Padre principaliter, cioè dal Padre come principio, e dal Padre e dal Figlio insieme, communiter.
«Da un solo principio». Formula del concilio di Lione (1274): il Padre e il Figlio non sono due origini dello Spirito, ma un’unica origine.
«Attraverso il Figlio». Formula preferita dalla tradizione orientale: lo Spirito ha origine dal Padre e viene attraverso il Figlio. Il concilio di Firenze (1439) la riconobbe come un altro modo di dire la stessa fede espressa dal Filioque.
Falsa equivalenza. Espressione del chiarimento cattolico del 1995. Indica l’errore nato dal trattare come equivalenti la parola greca, stretta nell’uso teologico, e la parola latina larga.
Scisma del 1054. L’anno in cui Roma e Costantinopoli si scambiarono le scomuniche. È diventato la data simbolo della divisione, ma il Filioque circolava già da secoli.
Fonti
Testi biblici. Gv 15,26; Gv 3,8; At 2,2; Mt 15,11; Ap 22,1: testo greco secondo Nestle-Aland, Novum Testamentum Graece, 28ª ed., Stuttgart 2012.
Documenti. Pontificio Consiglio per la promozione dell’unità dei cristiani, Le tradizioni greca e latina a riguardo della processione dello Spirito Santo, «L’Osservatore Romano», 13 settembre 1995. Catechismo della Chiesa cattolica, nn. 244-248, 253-258, 264. Eugenio IV, bolla Laetentur caeli, 6 luglio 1439. Commissione mista internazionale per il dialogo teologico tra la Chiesa cattolica e la Chiesa ortodossa, Il mistero della Chiesa e dell’Eucaristia alla luce del mistero della Santa Trinità, Monaco di Baviera, 1982. Missale Romanum, editio typica tertia, Città del Vaticano 2002, Ordo Missae, n. 18. Santa Sede, libretto della preghiera ecumenica per i 1700 anni del concilio di Nicea, İznik, 28 novembre 2025.
Padri. Massimo il Confessore, Lettera a Marino di Cipro, in J.-P. Migne, Patrologia Graeca 91, coll. 133-137. Gregorio Nazianzeno, Discorso 39, 12. Agostino, La Trinità, XV. Tommaso d’Aquino, Summa theologiae I, q. 36, a. 2.
Studi. A. E. Siecienski, «The Authenticity of Maximus the Confessor’s Letter to Marinus: The Argument from Theological Consistency», Vigiliae Christianae 61 (2007), pp. 189-227. J. Zizioulas, One Single Source: An Orthodox Response to the Clarification on the Filioque. J.-C. Larchet, La question du Filioque, «Theologia» 70 (1999).
GML